La storia di Gaetano

23 febbraio 2018

Non so spiegare quello che sono, non l'ho saputo fare mai.

Ho sempre saputo però quello che non sono, quello a cui non assomiglio.
Come se per delineare i tratti, per tracciare i contorni, fosse sempre necessario scomporre.
E ricominciare dall'inizio.

Sono nato in una strada che si arrampica, che nasce dal cuore del rione sanità e si allontana.
"Salita dei principi", un nome curioso per un luogo senza tempo.
Un posto dimenticato dal resto della città, dove quello che altrove nasceva in fretta qui aveva bisogno di molto tempo per fiorire.
Separati da quello che accadeva altrove, con regole proprie e un ritmo inusuale.
Per andare a scuola passavamo per una galleria dove i più giovani andavano a farsi di eroina, con la siringa nel braccio, davanti a tutti.
Arrivavamo a scuola con le scarpe sporche di fango, come chi giunge da un lungo viaggio.
A pensarci adesso sembra impossibile ma era un luogo diverso e c'erano altre regole.
Non so dirvi com'era, posso dirvi che non assomigliava a nient'altro.

Mio padre se ne è andato quando avevo sette anni, lo ricordo poco, come si fa con le cose che passano in fretta e non lasciano memoria.
La sua eredità più pesante è stata la rabbia.
Il mio dono più prezioso è stato quello di trasformare la rabbia in qualcosa di diverso.
Ancora una volta, so dirvi che non ero arrabbiato, che sentivo lento battere il cuore nel petto, ma non so dirvi il perché.
La scuola era un posto sicuro, una terra pulita dove tirare i remi in barca e riposare un po'.
"È molto bravo" dicevano le insegnanti.
Mi riusciva facile infilare una parola dopo un'altra e i numeri, la matematica, erano una sequenza ordinata in una vita in disordine.
"È raro un bambino così bravo considerato il contesto di provenienza" le sentivo dire sottovoce.
Ancora una volta, non assomigliavo a niente.

Con del gesso bianco avevo disegnato sul muro lungo la strada di casa i contorni di un rettangolo, ci avevo attaccato accanto con del nastro adesivo un cestino e mi ero costruito un canestro.
Tiravo la palla e chiudendo gli occhi immaginavo un campo vero e una folla che urla.
Passo i pomeriggi con la palla tra le mani, mi alleno con i miei amici.
È uno sport nuovo per la mia terra dove i palloni rotolano e raramente volano per aria.
A scuola mi notano, deve giocare a basket, mi dicono.
Forniamo una squadra, partiamo per andare in Repubblica ceca.
Il mio primo aereo, il mio primo viaggio.
La prima aria nuova.

Finisco la scuola, mamma lavora tutto il giorno, mia sorella ha un anno meno di me.
Seguo i numeri, mi iscrivo ad ingegneria.
Intanto il pomeriggio gioco a basket con i ragazzi nel quartiere.
Parlano di un progetto europeo per il quale hanno investito fondi nella città e nel quartiere.
"Perché non ti occupi di alcuni ragazzi?" qualcuno mi chiede.
Ci danno qualche pallone, una palestra e un pulmino sgangherato.
Ho 20 anni, due o tre in più rispetto ai ragazzi che alleno.
Senza un motivo, senza bisogno di parole, ai loro occhi sono dall'altra parte della linea.
Siamo nati nello stesso quartiere, camminiamo nelle stesse strade e abbiamo quasi la stessa età.
Ma ai loro occhi siamo diversi.
Chi salva e chi deve essere salvato
Non sanno, non gliel’ho mai detto, che ho ricercato aiuto nei loro occhi molto più di quanto credano.
Ero come loro ma non ero come loro.
Diverso, ancora una volta, ma diverso da chi?

Passa il tempo, sono al quarto anno di ingegneria.
Passo tutto il mio tempo con i ragazzi del basket e inizio a collaborare con la cooperativa sociale "il Grillo Parlante" che gestisce una casa famiglia.
Respiro a pieni polmoni quando investo il mio tempo e le mie energie nella gente della mia terra.
Mi cercano, mi chiedono aiuto.
Sorrido, pensando che ho fatto il loro stesso percorso, il loro stesso cammino ma che sembrano non vederlo.
Sei diverso tu, mi dicono, sei nato grande.
Chiudo gli occhi per un secondo e ci rifletto.
Bambino, libero e spensierato, forse non mi ci sono sentito mai.

All'improvviso un giorno la risposta.
Divido il mio tempo tra un'università che mi sta stretta e tra quello che mi rende vivo.
Decido di non dividere più.
Decido di diventare chi sono chiamato ad essere.
Lascio ingegneria a pochi esami dalla fine e mi iscrivo a scienze del servizio sociale.
Nel 2010 divento assistente sociale e comincio a trasformare il mio impegno in un lavoro.
Da un anno sono presidente di Co-operazione San Gennaro, rete di enti no profit che operano nel Rione Sanità.
Da due anni ho preso una casa tutta mia pochi passi più giù, nel cuore della mia terra.

Passiamo una vita intera ad arrotolare il gomitolo di un filo lunghissimo che pare ci separi dalla felicità.
Lo inseguiamo, convinti che quello che troveremo dall'altra parte sarà diverso da quello che abbiamo, più speciale o più semplice.
Salvo accorgerci, per caso, che quello che troviamo alla fine del filo lo avevamo già da tempo ma avevamo bisogno di sentire il gomitolo fra le mani per avere l'impressione di seguire un cammino preciso.

Mi chiamo Gaetano, ho 38 anni, e questa è la mia storia.
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Testo di Chiara Nocchetti