La storia di Francesco

2 febbraio 2018

Capita quando meno te lo aspetti, capita quando non ci pensi.

Capita quando dimentichi quanto tempo è passato e pensi che i giorni siano abbastanza da proteggerti da quello che è stato.
Capita all'improvviso.
Il ricordo mi colpisce in faccia, come un vento forte che fa lacrimare gli occhi.
Ricordo, e ancora una volta, dopo 48 anni, mi manca il respiro.

I genitori degli altri bambini venivano il sabato.
Passavano a prenderli o restavano con loro a giocare.
Gli correvano incontro e i bambini ridevano.
Io li guardavo, con il naso spiaccicato sul vetro della finestra, e spezzavo il tempo in tanti frammenti, li dividevo sperando di allungarli e mi dicevo stanco: "arriva, fra poco mamma arriva".
E non lo capivo perché mamma mi aveva lasciato lì, in un posto dove finiscono i bambini che a casa non possono stare.
Perché io, perché io fra tutti, perché non viene, perché non torna?
Perché?

La mamma non viene perché è stanca, perché ci sono gli altri fratelli a cui badare, perché lavora.
La mamma non viene ma poi verrà, io me lo sento.
Io aspetto, il vetro è freddo e guardo gli altri, si sta bene dentro, ci protegge da quello che accade là fuori.

La prima dose di eroina l'ho fatta a 14 anni.
Lo facevano gli altri, serviva a crescere e a dimenticare.
Bizzarra questa terra che mette al mondo figli costretti a dimenticare i giorni che passano per poter sopportare il peso di quelli ancora da vivere.
Eroina, cocaina, marijuana, pasticche di ogni forma e colore.
Giù, occhi chiusi.
Sento il vetro freddo sulla faccia, tutti sono fuori, tutti sono lontani.
Dietro la porta non c'è nessuno e nessuno viene a prendermi.

La droga chiede altra droga e per la droga servono i soldi.
Rapine, furti, altra droga.
Qualche arma, qualche volta.
15 anni tra dentro e fuori.
Esco e rientro e mi accorgo che fuori non sto stare.
Che scappo per tornare.
Io libero, da solo, non so stare.
Rinchiuso, in una stanza di tre metri per tre, i demoni non parlano e non mi chiedo se qualcuno debba all'improvviso arrivare.

Dopo una condanna lunga come una strada piena di curve un giudice mi guarda negli occhi e mi dice: "lo sai cosa si fa in comunità? Te la senti di provarci ? Dentro non ti ci mando".
Me li ricordo quegli occhi e quelle parole.
Scalpitavo, come potevo spiegarle che dovevo tornare dentro perché fuori mi mancava l'aria?
Comincio al Sert, il centro per il recupero dalla tossicodipendenza.
Il pomeriggio vado in comunità.
Parliamo in cerchio.
La prima volta che un ragazzo mi abbraccia sento le mani e le braccia immobili lungo i fianchi, non riesco a muoverle.
Niente, non sento niente.

Sono passati 10 anni da quel giorno.
10 anni dall'ultima volta in cui ho fatto uso di droghe.
10 anni dall’ultima volta in cui ho pensato che non valesse la pena vivere se nessuno ti aspetta.
Lavoro con “Officina dei Talenti" una cooperativa di tipo B che si occupa di mettere insieme i pezzi di chi come me pensava di non avere nulla da tenere in piedi.

Qualche anno fa ho conosciuto mio padre.
È tornato a casa dopo 35 anni di assenza.
Era malato, è venuto a riposare, ci ha detto.
Si è spento dopo poco e con lui si è spenta la mia rabbia.
Ho detto al bambino con il naso sul vetro che non c'era bisogno di scappare, che serviva imparare a stringere chi ti tende la mano.
Ho scoperto di essere salvo quando ho capito che avevo valore.
Ho scoperto il valore degli altri quando mi hanno insegnato il mio.
Ho una compagna e divido il cammino con lei.
Vado a lavoro la mattina e ho un senso e uno scopo.

Non ho bisogno di stare dentro, ho imparato a respirare l'aria di fuori.
Mi chiamo Francesco, ho 45 anni, e questa è la mia storia.
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Testo di Chiara Nocchetti