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La Tana di Kafka alle Catacombe di San Gennaro

2 luglio 2011

Mascia Musy è la protagonista di La Tana di Franz Kafka per la regia di Francesco Saponaro. Nel monologo un imprecisato animale, impegnato a difendersi da nemici improbabili, progetta e sistema la sua tana, accumula provviste, costruisce e demolisce ipotesi di difesa.

Il tema del nemico invisibile, del sospetto, della paura dell’imponderabile, affrontato da Kafka viene ripreso in questo lavoro per il Napoli Teatro Festival Italia rendendo ancora più evidente la scelta estrema di questo essere, a metà tra animale e uomo, che rifiuta il mondo reale e, nel costruire il proprio rifugio sotterraneo, si isola completamente dagli altri individui.

«Quello che mi affascina in Kafka − scrive Francesco Saponaro nelle note di regia − è l’atteggiamento mistico che serba in sé una piega prosaica, il gusto beffardo per un’umanità apparentemente corrotta nella deformazione del corpo e della voce. Il suo immaginario rende sensibile la distanza abissale tra una cosa e il suo contrario. La sua verità è sempre maliziosa, ibrida e, in quanto profondamente contraddittoria, terribilmente teatrale. Il comportamento della creatura ne La Tana è simile a quello di un animale ammaestrato. Più che a un cherubino fiabesco e rassicurante penso ad una creatura ibrida, un “freak” che evochi la “Donna Scimmia” dell’omonimo film di Marco Ferreri, ambientato in un quartiere popolare di Napoli. Ne La Tana è ammutolita la musica canonica. Si sono estinte le melodie. Restano il lontano fracasso di una banda, suoni ridotti a sussurri appena percepibili, rumori rauchi e bisbigli, riflessi residuali di luce, il formicolio balbuziente di un vecchio elettrodomestico abbandonato».

Il tufo e i corridoi della catacomba di San Gennaro daranno al pubblico la sensazione di trovarsi realmente in quel nascondiglio, fatto di cunicoli e piazze, che Kafka descrive nel suo racconto. La Catacomba, cimitero dai tempi dell’Impero Romano fino al X sec. d.C., sembra un luogo lontano dal mondo, dove ombre e spazi angusti, uniti al rimbombo del più piccolo rumore, amplificano le angosce di quell’animale che, spostandosi tra i corridoi stretti della tana, termina il racconto impegnato a decifrare un sibilo, a volte intermittente, sul quale la sua mente costruisce le ipotesi più svariate.